SAPER FARE: COME SPREMERE IL SENO MANUALMENTE GIA’ IN OSPEDALE (perché saranno tutti molto occupati e nessuno ve lo spiegherà…)

Se il bambino, che sia nato da un parto vaginale o cesareo, non è messo subito in contatto pelle-a-pelle con la mamma, dopo un paio d’ore in cui è sveglio e ricerca attivamente il seno, si addormenta. A questo punto ve lo portano e ogni tentativo di farlo attaccare è vano. E’ stanco e vuole riposare. Averlo vicino al seno è sicuramente piacevole, ma poco efficace ai fini della produzione di latte. Solitamente accade che dopo un po’ sia portato al nido, o allontanato dalla mamma perché deve essere visitato o è la mamma a dover essere controllata. Al ritorno mamma e bambino provano a fare la prima poppata, ma non c’è nessuno che li aiuti: la sala parto è inondata di urgenze oppure c’è un parto gemellare, oppure il personale è sottodimensionato perché si è sotto un periodo di feste ecc e il bambino piange, piange e dopo un po’ si addormenta. Anche la mamma si addormenta e succede così che passano 24 ore senza che il bambino abbia succhiato. Tutti sono rassicuranti, il bambino è “sano e a termine” e non c’è pericolo di disidratazione. Il giorno seguente ci si riprova, ma accade che il bambino, pur essendo nato a termine, non spalanchi granchè la bocca, oppure che il seno sia molto grande e la mamma non riesce a tenerlo e a vedere allo stesso tempo. Un’ostetrica o infermiera passa e rapidamente “imbocca il seno” al bambino, che bello! …. il quale fa qualche atto di suzione poi però la mamma non sa rifare la stessa manovra e il piccolo si stacca e piange oppure cade in un sonno profondo. Passa un altro giorno e –ops! – il bambino “ha perso troppo peso”, bisogna darli delle aggiunte. Di che cosa? Ma di latte artificiale naturalmente, “signora, mica vorrà affamare suo figlio!”

Ecco, per evitare di cadere in questo prevedibile circolo vizioso, prima che si arrivi alla necessità di fornire aggiunte al bambino, in tutti i casi in cui questo non riesca ad attaccarsi e succhiare (o sia lontano dalla mamma al nido o in un’incubatrice) è utile e necessario tirarsi il latte manualmente. Nelle prime 48 ore infatti poche donne producono latte con l’utilizzo del tiralatte (ammesso che sia fornito dal punto nascita). La spremitura di latte è raccomandabile già dopo poche ore dal parto (a 6 ore in caso di parto prematuro) e andrà praticata 4 volte nelle prime 24 ore e portata a 6 volte nelle successive 24 ore. Potete raccogliere il latte in una siringa rovesciata e privata dello stantuffo  per poi darlo goccia a goccia al neonato (nel video la mamma è a casa e può usare un recipiente). Se le quantità saranno  abbondanti (una cucchiaiata) potranno anche essere messe in un biberon.  In tal modo non saranno necessarie aggiunte di latte artificiale.

Questo video https://www.youtube.com/watch?v=9gQ8119RNeI illustra bene come fare – ovviamente in stanza farete quello che potrete, perciò:

  • limitate il massaggio a 1 solo giro intorno al seno, possibilmente col busto inclinato in avanti
  • ponete le dita 2.5-3 cm dal capezzolo, pollice simmetrico rispetto all’indice o il medio (dove si sente un cambio di consistenza nel tessuto mammario) a formare una grande “C”
  • comprimete e rilasciate, comprimete e rilasciate, anche qualche minuto se necessario prima di vedere fuoriuscire il latte (nei primi due giorni non ci saranno getti ma gocce)
  • non strisciare le dita sul seno né strizzare il capezzolo – non è utile e irrita i tessuti mammari

RIPRISTINO DELL’ALLATTAMENTO AL SENO DA UN ALLATTAMENTO MISTO? SI PUO’, MA …

Molto spesso le mamme cercano di riportare il bambino all’allattamento al seno esclusivo dopo un periodo di allattamento cosiddetto misto, cioè con aggiunte di latte somministrato col biberon. L’aggiunta di latte artificiale di solito è partita precocemente, già nel punto nascita o a ritorno dal parto a casa, per i motivi più disparati: il bimbo non si attacca, piange oppure è sonnolento, perde peso. Nella settimana o due successive le mamme seguono il consiglio generico di togliere completamente la giunta e di tenerlo di più al seno e, se il bambino non si attacca o i capezzoli fanno male per irritazione o ragadi di aiutarsi con un paracapezzoli. Passa il tempo e al primo controllo peso dal pediatra di famiglia risulta che il bambino non è cresciuto a sufficienza e “bisogna” dare il latte artificiale. Se inizialmente le quantità di aggiunta erano esigue, adesso diventano massicce e il bambino stimolerà sempre meno la ghiandola mammaria, che si impigrisce e produrrà sempre meno latte. Ecco che si è creato il paradigma perfetto delle donne che fanno poco latte. Come prevenire questo circolo vizioso? In sintesi:

  1. Non aspettare settimane prima di intervenire – più passa il tempo, più difficile è il processo di recupero.
  2. Non accontentarsi di tirare il latte “qualche volta” e metterlo nel biberon – se l’estrazione di latte non è frequente e sistematica, il latte materno non aumenta.
  3. Non dare le aggiunte iniziali col biberon – il bambino si abitua a un super-stimolo, la tettarella artificiale, cui nessun seno umano somiglia, ma usare un cucchiaino dei “biberon” che terminano con cucchiaino.

Invece:

  1. Aumentare il numero delle poppate al seno ad almeno 8 nelle 24 ore, svegliando il bambino se necessario
  2. Tirare il latte 8 volte nelle 24 ore, di cui 1-2 volte di notte
  3. Eliminare il biberon per le aggiunte di latte artificiale e del latte tirato che man mano andrà ad aumentare, sostituendolo con dispositivi alternativi di somministrazione del latte.

Tutto questo è meno faticoso e difficoltoso se si inizia nella prima settimana postparto e non dopo 1-2 mesi di allattamento misto o artificiale. In tal caso le mamme devono sapere che il processo di riconversione ad allattamento al seno esclusivo è sì possibile, ma sarà necessario alterare gli equilibri raggiunti, organizzare la propria giornata in funzione del progetto, e coinvolgere tutti i membri della famiglia a dare una mano con le faccende e ad aver pazienza se tutte le energie si concentrano per settimane … sull’ultimo arrivato!

GENITORI DELLO STESSO SESSO e allattamento?

A proposito di adozioni di bambini da parte di genitori dello stesso sesso, è di questi giorni la diffusione sui diversi mezzi di comunicazione della dichiarazione del Presidente della Società Italiana di Pediatria, Prof. G. Corsello, che:

“Non è infatti scontato che avere due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva”.

Lasciando al lettore l’arduo compito di analizzare un’affermazione espressa con due negazioni (è convinto di quello che dice? è convinto a metà? trattasi forse di un un più italico “qui lo dico e qui lo nego” da poter poi ritrattare o specificare in futuro ecc), quello che accade nella realtà è che si è già oltre. Recentemente, infatti, ho visto una famiglia di genitori omosessuali composta da due donne con un neonato allattato al seno da colei che lo aveva partorito. Niente di più naturale, giusto? Allora sarebbe da domandare ai nostri esperti: come potrà mai essere lo sviluppo psico-socio-fisico di questo bambino che è stato allevato da due genitori donna, ma allattato al seno (magari per lungo tempo)? Sarà peggiore rispetto ai bambini con genitori di sesso diverso? Sarà un po’ migliore perché sarà stato allattato al seno? O un po’ peggiore perché l’allattamento sarà stato “troppo” lungo rispetto agli standard della società? Fra qualche anno ci daranno la risposta. Nel frattempo noi continuiamo a sostenere l’allattamento sul campo, dal vivo e calati nella realtà, confortati dai dati della letteratura scientifica seria, che attesta come questi bambini abbiano caratteristiche di sviluppo indistinguibili dai bambini nati in famiglie tradizionali eterosessuali.

Candidosi del seno? – maddechè!

Nel primo Corso di Formazione in Allattamento al Seno tenutosi in Italia nel 1996 venni a imparare che la Candida albicans, un germe (o meglio micete)che abita all’interno e all’esterno del corpo umano da parassita, cioè sfruttando l’ambiente senza dare nulla in cambio, può essere causa di disturbi i capezzoli. La slide mostrava un’areola arrossata, con cute spesso rialzata dai bordi circondati da  piccole lesioni tondeggianti. Spesso c’era prurito e comunque dolore all’attacco del bambino. Questo poteva avere il “mughetto” in bocca o il tipico eritema da pannolino. La cura consisteva nell’applicazione di una pomata antimicotica. Comparivano articoli sulle riviste e sui blog d’allattamento, la sintomatolgia veniva riconosciuta sempre di più e sempre più mamme arrivavano all’auto-diagnosi. La cura si faceva più complessa perchè, si diceva, era comparsa la resistenza agli antimicotici e bisognava dare dei prodotti per uso orale per almeno 10 giorni. Alcune mamme miglioravano nettamente, ma altre per niente. I dermatologi “nicchiavano” , alcuni timidamente smentivano la relazione causale fra candida e dolore/infiammazione. Dicevano semplicemente che la candida si trovava lì perchè è un opportunista , cioè approfitta di una cute già lesa o abrasa, e vi cresce. Ma si sa, i dermatologi non ne sanno di allattamento.

Gli anni passavano e i corsi di formazione sull’allattamento si sono moltiplicati e si sono aggiornati. Ma la sezione sulla candidosi del capezzolo  è sempre rimasta la stessa, e comunque ormai centinaia e migliaia di operatori avevano imparato il mantra  della candidosi. Tant’è che a oggi a quasi venti anni da quel primo corso, vedo ancora arrivare mamme che raccontano storie di ragadi mai guarite, applicazioni sulle stesse di tutto e di più fino alle famose combinazioni con pomate antimicotiche, assunzione di potenti farmaci antimicotici … e pronte a gettare la spugna dell’allattamento per il dolore insopportabile! Come sia possibile tutto ciò, nonostante la letteratura scientifica in lingua inglese produca ormai da anni articoli sul dolore dei capezzoli/seno, specie cronico, e persistente oltre la durata della poppata, imputabile alla presenza nel latte di comuni batteri patogeni  – non funghi –  e quindi trattabile con antibiotici, io non lo so. Anche perchè se la cura è ben fatta,  le ragadi guarisono e il dolore passa.

 

 

16 Giugno, 2015

Allattamento al seno e intelligenza

Non mi è mai piaciuto insistere sul collegamento fra allattamento e intelligenza. Prima di tutto perchè è molto difficile definire l’intelligenza e poi perchè i fattori che la influenzano  – l’ereditarietà genetica, l’ambiente naturale e culturale, il cibo, la disponibilità economica e quindi l’accesso a buone scuole ecc – sono tanti e difficili da districare. Però questo studio brasiliano recentissimo, prospettico, cioè progettato per seguire i bambini dalla nascita agli anni a venire, rivela che una durata d’allattamento per 12 mesi o più è associata positivamente e linearmente (cioè più si allatta più c’è l’effetto) con il rendimento ai test d’intelligenza, con i risultati scolastici  e … con il reddito a 30 anni di età . In altre parole i benefici effetti dell’allattamento al seno/ latte materno sull’intelligenza umana continuano fino all’eà adulta.

 

10/05/2015

L’Epoca della prima pappa puo’ influire sul rischio di allergia

Allattare al seno esclusivamente per quattro-sei mesi e iniziare a dare la pappa (o comunque del cibo opportunamente preparato conformemente all’età del bambino)  mentre si continua ad allattare al seno può essere utile a ridurre le allergie alimentari nei bambini.

Dei ricercatori britannici hanno seguito un gruppo di 1.140 bambini dalla nascita ai 2 anni, mentre le famiglie completavano un diario alimentare e segnavano eventuali reazioni al cibo, poi confermate con i test opportuni. Sono così stati diagnosticati come allergici agli  alimenti 41 bambini, che poi sono stati confrontati con 82 soggetti omologhi ma sani. Dopo aver verificato il peso nascita, la durata della gravidanza, le allergie materne e molti altri fattori, hanno scoperto che 17 settimane era l’età cruciale: i bambini che ricevevano cibo prima di questa età avevano più probabilità di sviluppare delle allergie alimentari.  Lo studio, pubblicato su Pediatrics, ha evidenziato che continuare ad allattare al seno mentre si introduce il latte vaccino ha pure effetto protettivo contro le allergie, per la presenza nel latte umano di fattori immunitari.

L’autore dello studio raccomanda di allattare al seno fino a 4 mesi almeno e  di continuare a farlo mentre si offrono i vari assaggi di cibo. Ma perché lo studio non ci dà prove su cosa succederebbe se si continuasse ad allattare esclusivamente  fino a 6 mesi? Semplicemente perché i ricercatori non hanno trovato un numero sufficiente di donne che lo facessero: la situazione nel regno Unito è tale che solo il 12% delle donne allatta esclusivamente al seno per 4 mesi.  Occorrerebbero, dicono sempre gli autori, che più operatori sanitari incoraggiassero le donne a portare avanti l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi.

Ma questo vale anche in Italia, no?

Frenulo linguale corto

In una percentuale di casi che va dal 3.2 al 10.7%1 la membrana che tiene la lingua ancorata è troppo corta o spessa. Questo impedisce una corretta suzione del lattante, che si stacca dal seno per frustrazione o stanchezza dei muscoli facciali, non cresce adeguatamente, causa dolore e abrasioni o ragadi al capezzolo. La Consulente IBCLC Catherine W. Genna mi raccontava che nelle isole greche anticamente  esisteva la “strega dell’ittero”. Questa era una levatrice che con un’unghia del mignolo molto affilata tagliava il frenulo dei bambini itterici, che poi “miracolosamente” guarivano. Il significato è semplicemente di un ittero da malnutrizione, che spariva come il bambino finalmente riusciva a poppare efficacemente. Anche oggi mi capita di vedere bambini cresciuti poco e con storie di ittero neonatale marcato, o con madri dal seno eternamente dolente,  per un frenulo corto non diagnosticato o il cui intervento viene rimandato avanti e indietro fra vari operatori e ambulatori di chirurgia pediatrica ecc.

IO FACCIO COSI’

Dopo che una collega Consulente IBCLC ha posizionato il piccolo in modo idoneo, con un bisturi monouso sterile incido il frenulo per ¾ di cm. Nei bambini sotto i 4-5 mesi , sui quali intervengo, non è richiesta anestesia per mancanza di fibre nervose 2. Il sanguinamento si limita a poche gocce di sangue, al massimo mezza garza quadrata, e cessa con l’attacco al seno che è immediato perchè la mamma è vicina. Spesso la madre nota un immediato sollievo. Se questo non c’è o scompare conviene che la lingua sia “sollevata” a mostrare il taglio per 2-3 secondi 6-8 volte nelle 24 ore per un paio di giorni o finchè necessario, per impedire una cicatrizzazione serrata.

Un esempio è illustrato nelle foto qua sotto.

 

  1. Geddes D, Langton D, Gollow I et al. Frenulotomy for breastfeeding infants with ankyloglossia: effect on milk removal and sucking mechanism as imaged by ultrasound. Pediatrics 2008; 122:188 – 194
  2. Academy of Breastfeeding Medicine. ABM clinical protocol #11: guidelines for the evaluation and management of neonatal ankyloglossia and its complications in the breastfeeding dyad. 2004

9 marzo 2014

SVEZZAMENTO E RISCHIO di CELIACHIA

Periodicamente compaiono nelle riviste scientifiche degli articoli che sembrano rimettere in discussione tutte le precedenti  conclusioni in merito a un dato argomento. Questi articoli hanno un riassunto o abstract che viene rapidamente tradotto e divulgato,  insieme a brevi commenti, in siti online destinati ai professionisti o il pubblico in generale. Uno di questi articoli, pubblicato a novembre 2013 sulla rivista Pediatrics http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24101761 , sostiene che il rischio di celiachia aumenta significativamente se il glutine viene introdotto nell’alimentazione dopo i 6 mesi d’età e se l’allattamento al seno prosegue oltre il 1° anno d’età. Una traduzione del suo abstract, pubblicata in una newsletter pediatrica, asserisce che queste conclusioni aumenteranno la polemica fra i pediatri in tema di svezzamento.

Gli autori hanno analizzato i dati riguardanti  82.167 bambini del Norwegian Mother and Child Cohort Study , nell’8% dei quali il glutine è stato introdotto  a 4 mesi, nel 45,3% dai 5 ai 6 mesi e nel 46,6% dopo i 6 mesi. La percentuale di allattamento al seno era di ca. 78% a 6 mesi. La diagnosi di celiachia è stata fatta in 3,68/1000 bambini nel gruppo in cui il glutine è stato introdotto  a 5-6 mesi, è salita a 4,15 /1000 nel gruppo in cui il glutine è stato introdotto più tardi ed è salita ancora a 4,24/1000 nel gruppo in cui è stato introdotto a 4 mesi.  Anche l’allattamento al seno oltre i 12 mesi è risultato associato ad un aumento del rischio di celiachia. Sembrerebbe  quindi che i dati rinforzino il punto di vista di quei pediatri che consigliano alle mamme che allattano al seno di iniziare la pappa verso i 5 mesi,  in contrasto con la raccomandazione OMS  di favorire l’allattamento al seno esclusivo per 6 mesi e di seguito introdurre il cibo vero e proprio o pappa che dir si voglia. In realtà, estrapolando con occhio critico dalle tabelle il dato del  “rischio assoluto” di celiachia, viene fuori che esso è di circa 0.5/1000 bambini in cui si anticipa l’introduzione del glutine a 5- 6 mesi. In pratica, seguendo la nuova raccomandazione, si eviterebbe ( teoricamente o forse si ritarderebbero i sintomi o la diagnosi) 1 caso di celiachia ogni 2000 bambini. Tutto bene  – si dirà,  ma vediamo in cambio di che. In cambio di 1999 bambini in cui si dovrebbe forzare l’assunzione della pappa, dato che sono pochissimi i bambini veramente pronti dal punto di vista motorio e quindi masticatorio ad accettare una pappa vera e propria (non gli assaggi) a meno di sei mesi. Forzatura che comporta disagio per il piccolo e rischio di rifiuto del cibo anche in epoche successive. Per non parlare dell’ansia e del senso di inadeguatezza di madri e padri. In conclusione credo ci sarà molto poco da dibattere sulle raccomandazioni attuali dell’OMS. Credo invece che ci dovrebbe essere una  guardia molto alta nei confronti di queste  “traduzioni” di articoli in lingua inglese messe qua e là per riempire pagine di giornali online.

16  Dicembre 2013

COME ALLATTANO GLI ALTRI MAMMIFERI?

Sul globo esistono più di 4200 specie di mammiferi…

Sul globo esistono più di 4200 specie di mammiferi. I mammiferi sono animali che hanno colonna vertebrale, rivestimento di peli o pelliccia, sangue caldo e le cui femmine allattano i piccoli. Ogni tipo di latte contiene acqua, proteine, grassi, carboidrati, minerali, cellule e agenti anti-infettivi. Ma ciascuna specie di mammifero produce un latte che è qualitativamente diverso da quello di un’altra specie, un latte che è perfettamente adattato alla crescita e allo sviluppo dei piccoli di quella particolare specie.

La composizione del latte è collegata alla velocità di crescita della specie. Il latte umano è scarso in proteine e grassi. I mammiferi ad alto contenuto di grasso generalmente hanno dei piccoli che necessitano di formare uno spesso rivestimento sottocutaneo che li protegga dal freddo. I mammiferi ad alto contenuto proteico generalmente hanno piccoli la cui crescita è rapida e che maturano in breve tempo. Gli umani sono fra tutti i mammiferi quelli a crescita più lenta.

Percentuali del contenuto proteico e lipidico del latte:

Specie…………..% proteine…% lipidi
Uomo………………..0,9………3,8
Cercopiteco nano……..2,1………3,0
Capra……………….2,9………4,5
Mucca……………….3,4………3,7
Elefante africano…….4,0………5,0
Orso bruno…………..7,0……..25,1
Pipistrello………….8,5……..15,8
Foca grigia………….9,2……..59,8
Gatto………………10,6……..10,8
Balena azzurra………11,9……..40,9
Topo comune…………12,5……..27,0

Un’importante caratteristica di tutti i mammiferi non umani è che essi allattano i loro piccoli fino a che questi non diventino indipendenti. L’allattamento al seno è il ponte di collegamento tra infanzia e maturità. Qui troverete diversi modi di allattare di diversi mammiferi…

Piccolezze d’allattamento fra i mammiferi

· La femmina dell’ornitorinco allatta senza possedere il vantaggio di seno e capezzolo. La ghiandola mammaria riposa al di sotto del torace materno. Il piccolo spinge contro la parete toracica il suo becco morbido e cedevole, poi lecca il latte che trasuda fra la cute e il pelo della madre.

· Le balene hanno bisogno di mantenere la loro sagoma levigata e idrodinamica. Le ghiandole mammarie della madre si trovano al di sotto di uno spesso strato di grasso. Questa sede interna protegge il latte dal freddo. Il piccolo dà colpetti in quell’area e ne fuoriesce latte spesso come crema. Un piccolo di balena grigia del pacifico può ingerire quasi 40 kg di latte materno al giorno.

· Gli ippopotami nascono sott’acqua e allattano pure sott’acqua. La madre mette la testa sott’acqua e sospinge il neonato alla superficie per respirare. Dopo il piccolo va sotto nuovamente, trova un capezzolo e succhia, istintivamente ripiegando orecchie e chiudendo narici. Ogni trenta quaranta secondi viene a galla per respirare e deglutire.

· La leonessa e i piccoli vivono in gruppo. In un branco ciascuna leonessa si prende cura di tutti i cuccioli e, a differenza della maggior parte degli altri mammiferi, qualsiasi leonessa allatta qualsiasi cucciolo. Una leonessa appisolata dopo aver cacciato tutta la notte non fa granché caso a chi le stia succhiando il latte. E poiché è così strettamente imparentata con le altre, una leonessa aiuta la famiglia senza che le importi quale cucciolo stia allattando.

· La foca incappucciata vive circa trent’anni, ma passa solo 4 giorni ad allattare e ad essere prole: il più breve periodo d’allattamento di tutti i mammiferi. Vive in mare, ma ha bisogno di partorire e allattare fuori dell’acqua. La sola superficie disponibile è quella del ghiaccio che galleggia. I cuccioli sono partoriti quando il ghiaccio comincia a sciogliersi e spezzarsi. Un’improvvisa tempesta potrebbe far scontrare i pezzi, schiacciando madre e cuccioli. Oppure un banco di ghiaccio potrebbe spaccarsi e separare la madre dai cuccioli. Una infanzia breve aiuta ad evitare questi pericoli.

· Gli oranghi allattano, stanno a cavalcioni sulle spalle delle madri e dormono nel loro nido per sette anni- uno tra i più lunghi periodi d’allattamento fra tutti i mammiferi. I piccoli stanno con le madri almeno fino a quando arriva un nuovo nato; i maschi cominciano a deviare il loro percorso ma le femmine possono stare intorno per un pò a osservare come si curano i cuccioli. Sono delle acrobate esperte, che spesso allattano appese ad un ramo con una mano e una zampa.

· I cuccioli degli animali sono svezzati quando la madre è nuovamente incinta o si prepara a un’altra gravidanza . Nella cultura occidentale, oggi, la ragione più frequentemente riportata per svezzare i cuccioli umani è quella di prepararsi a rientrare al lavoro.

Tradotto col permesso delle autrici Dia L. Michels e Cynthia Good Mojab con Naomi Bromberg Bar-Yam, PhD da “Breastfeeding at a glance”
Platypus Media, 2001, ISBN: 1-930775-05-9.Per ulteriori informazioni, visitate www.PlatypusMedia.com e
http://home.comcast.net/~ammawell.

LA TRASMISSIONE MADRE-FIGLIO DELL’HCV AVVIENE SPESSO IN UTERO

(da Medscape, Reuters Health 11 mar 2005)

Secondo un gruppo di ricercatori inglesi, la trasmissione del virus dell’epatite C (HCV) da madre a figlio avviene in utero per la metà dei casi. Nei restanti casi l’infezione sembra verificarsi al parto, mentre ci sono poche prove di una trasmissione post-partum.
“Sapere quando si verifica la trasmissione dell’HCV da madre a figlio è importante per poter sviluppare una strategia preventiva del problema” ha detto alla Reuters il dr. L.Pembrey dell’University College di Londra.
Lo studio ha coinvolto 54 bambini esposti verticalmente all’infezione da virus HCV che erano stati testati per lo HCV PCR nei primi 3 giorni di vita. I risultati della ricerca compaiono nel n° di marzo 2005 di Archives of Diseases in Childhood: Edizione Fetale e Neonatale.
Diciassette soggetti (31%) sono risultati positivi alla PCR nei primi 3 giorni di vita, a suggerire che la trasmissione dell’ HCV era avvenuta in utero. Ventisette bambini (50%) sono risultati per la prima volta positivi al test a 3 mesi, a indicare che la trasmissione si era verificata o in fase avanzata di gravidanza o durante il parto. Il momento della trasmissione per i restanti nove bambini rimane poco chiaro, ma non sembra essersi verificato nel post-partum con l’allattamento al seno.
Le modalità del parto e il sesso del bambino non sono risultati associati alla positività della PCR nei primi 3 giorni di vita. Mentre invece il basso peso alla nascita e l’infezione col genotipo 1 sono risultati collegati alla positività precoce.
I ricercatori fanno notare che non è possibile trattare le madri con l’alfa interferone e ribavirina per abbassare la carica virale e il conseguente rischio di trasmissione verticale, poiché questi agenti sono controindicati in gravidanza.
Se si dovesse trovare una terapia efficace, aggiungono “bisognerebbe iniziarla precocemente in gravidanza” a ragione dell’alta trasmissibilità in utero di questa infezione.

Arch Dis Child 20005;90:F156-F160